Il prestito

Agosto 6, 2008

L’ultimo caffè ha un sapore strano, inimmaginato. Mi hai dato in prestito i tuoi giorni, li ho sbirciati e origliati. Ora torno ai miei giorni, ai miei silenzi, all’attesa che non finisce mai.

Dalle scale mi mandi un bacio. “Ti amo”, dici con le labbra – senza voce, ancora senza voce -
e mi sembra di cogliere un leggero dispiacere, a lasciarmi qui.

“E’ stato meglio così”, mi hai detto. Meglio così che non vederti mai. E forse sì, forse hai ragione tu. D’altronde, dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fior.

In questi giorni marini ho rubato un bacio e ho fatto l’amore con te, una volta. Papà è andato in palestra, mi ha detto tuo figlio. Ho riso, soddisfatta di un’amarissima vittoria.

La mia inutilità è cominciata da un libro, ricordi? Ho aspettato il tuo testo da leggere col fremito di un’innamorata. Mi sarei riconosciuta ovunque, in una parola qualsiasi – mare, sole, vento, fiore – pur di esserci. Ma io non c’ero. C’era tua moglie, lei sì. Giusto che sia così. Un’ora, su un balcone dello studio di Renato, a piangere, singhiozzare, da sola. Io non ci sono e non ci sarò mai. Ma a lei l’ho detto. Tuo marito ha scritto una frase per te. Bello, no? Ha alzato le spalle e com’è nel suo stile ha bocciato anche questo, di te. E non l’ha letto.

Quant’è inutile pensare che se fosse toccata a me, quella frase, avrei toccato il cielo con un dito? Quant’è inutile paragonarmi ad una donna che è la madre dei tuoi figli e divide con te una vita intera?

Io ti prendo in prestito, a volte, per poi restituirti puntuale alla tua vita.